Da tempo Baruffaldi ci ha abituato ai suoi Angeli insoliti. Liberi da ogni riferimento alla tradizione, essi si presentano piuttosto come emblemi dell’oggi, testimoni dei nuovi miti e dei nuovi tic dell’uomo contemporaneo.

Forti, muscolosi, irriverenti, suscitano ancora qualche discussione per questa loro dichiarata ed esibita prestanza fisica, come se il loro mostrarsi nudi avesse qualcosa anche di “osceno”, in una società che tanto ha di osceno, ma non certo di questa natura privata.

La tecnica rimane quella dell’incisione: acqueforti, cere molli, acquetinte. Nel marasma di immagini coloratissime, spesso banali, che ci giungono da ogni apertura del web, queste ci riportano ai toni caldi dell’opera pazientemente eseguita dall’artista su una matrice di rame. Toni, colori, riflessi, perfino profumi di antico. Non per questo, meno suggestivi per stimoli e rimandi, vero pane quotidiano della fantasia che ci sta sfuggendo poco a poco.

Questi ultimi Angeli “abitano” Venezia. L’artista ha unito alla figura dell’Angelo un contesto di vita reale, quasi a sottolinearne l’appartenza alla quotidianità, al vissuto. Non più figure eteree, celestiali, personificazioni del buonismo delle anime belle, ma corpi di fisicità esibita e ostentata che costringono allo sguardo senza ambiguità o ambivalenza sottaciute.

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